di Alessandro D’Avenia
Se l’adolescenza è l’età chiamata a scoprire per cosa valga la pena morire e quindi vivere, e si può protrarre per questo indefinitamente, la maturità è l’età chiamata alla fedeltà a quanto intuito. Se la prima è diapason sensibilissimo verso ciò che ha valore in termini di bellezza, verità, bontà, e le loro gradazioni, la seconda è esercizio per ampliare nello spazio e nel tempo quei valori liberamente assunti come portanti.
Se l’adolescente si innamora con un vigore che lo rende folle è perché scopre che il valore primo dell’esistenza è amare, ma poco a poco l’incanto dell’innamoramento narcisistico scema e quella ricerca di sé è chiamata a diventare vera apertura all’altro: o l’io uccide l’amore o l’amore uccide l’io. Non finisce l’amore, come molti adolescenti credono, ma l’amore comincia: quello maturo, che richiede affermazione del valore intuito in origine, a costo della mia carne per farlo essere. Solo così l’amore diventa più interessante dell’innamoramento e lo supera, perché va a incidere sulla fibra della vita ad un livello più profondo, da cui sgorga la pienezza di sé e dal quale diventiamo capaci di dire: sono felice. Altrimenti l’amore, soltanto inaugurato, viene scartato e si cerca un nuovo innamoramento, non gustando mai la solidità della maturità, ma accontentandosi dei movimenti caotici, frenetici, spesso regressivi, delle emozioni.
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