di Francesco Anfossi, per famiglia Cristiana
E’ un paradosso grottesco, ma l’Italia sta già dimenticando il “Giorno del ricordo”, la solennità civile in memoria delle vittime massacrate dai partigiani di Tito gettati nelle foibe e dell’esodo di istriani, fiumani e dalmati di origine italiana all’indomani della vittoria militare slava (ma i primi eccidi iniziarono già nel ’43). Questa giornata di grande intensità civile, destinata soprattutto ai giovani, è stata istituita da una legge votata dopo un lungo e tormentato iter da quasi tutti i partiti nel 2004 (esclusa Rifondazione Comunista), in coincidenza con il trattato di pace del 10 febbraio 1947 tra Italia e Jugoslavia che ridisegnava i confini dei due Paesi.
Il Giorno del ricordo” nasce fin dall’inizio tra le polemiche, tra chi accusò i suoi propugnatori di voler strumentalizzare questa ricorrenza da destra e chi tendeva a negare una delle pagine più orrende del comunismo con la scusa di opporsi alla “riabilitazione di fascisti e repubblichini” e al pericolo di infangare la Resistenza. E in effetti molti esponenti, giornalisti e persino studiosi del Centrodestra hanno tentato di farne quasi un ambiguo contraltare della Giornata della memoria, come denunciarono storici del calibro di Angelo Del Boca e Giovanni Gentile. Se ci furono vittime a destra come a sinistra allora tutti i carnefici sono uguali e dunque non ci sono carnefici, vengono attenuate le responsabilità. Un tentativo gravissimo che peraltro finisce per ledere anche l’unicità e la sacralità della Shoah, il genocidio di un popolo che va tramandato senza accostamenti fuorvianti.
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