di Luigi Alici
Non pochi lettori mi hanno fatto notare il lungo silenzio, dovuto a fattori diversi; tra questi, anche il bisogno di capire cosa c’è dietro all’incattivirsi del tessuto sociale e politico del nostro paese. In superficie vediamo una serie di fenomeni sempre più divisivi: ieri era Silvio Berlusconi a dividere gli italiani in guelfi e ghibellini, oggi è Matteo Renzi. Certamente sono possibili – e persino auspicabili – letture diverse del renzismo. Io vorrei provare però a suggerire di andare, se possibile, più in profondità.
Certamente, da un lato, come non essere perplessi dinanzi alla disinvoltura istituzionale del Presidente del Consiglio, che avrà certamente moltissime doti e non pochi meriti, ma fra questi sembra mancare la qualità fondamentale di uno statista: la capacità inclusiva di valorizzare le competenze, mettere insieme le persone, fare squadra, saper ascoltare e dialogare. Il giudizio sul suo operato, però, si attenua se siamo in grado di vedere il grado abissale di paralisi istituzionale in cui era sprofondato il nostro paese: un paese ostaggio di una classe politica che ha spesso usato la libertà (a destra) e la giustizia sociale (a sinistra) come una sorta di ricatto permanente in nome del quale tenere in ostaggio la società italiana, bloccata da serie di veti incrociati e delegittimazioni reciproche. In questo, forse, l’Italia è stato il paese che ha interpretato il bipolarismo nel modo peggiore.
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