di Giovanni Maria del Re
Gender. Una semplice parola, dilagata negli ultimi vent’anni, è al centro di un’autentica rivoluzione ideologica dalle implicazioni massicce. Perché è la parola-codice che rinvia a una identità sessuale non più collegata a quella biologica fra maschio e femmina. Una dei massimi esperti in materia è Marguerite Peeters, direttore dell’Istituto per una dinamica di dialogo interculturale con sede a Bruxelles, e docente ospite di Teologia presso l’Università Urbaniana. La studiosa si dedica da anni alla questione e ha scritto vari libri in materia. Da ultimo ha pubblicato in Italia Il gender. Una questione politica e culturale (San Paolo, pagine 160 , euro 17,50). La Peeters partecipa domani alla conferenza “La famiglia, nuova periferia esistenziale?”. «La parola gender – spiega – è cominciata ad apparire all’inizio degli anni Novanta nel linguaggio degli organismi internazionali, l’Onu anzitutto. Prima di allora in questo ambito non si utilizzava, ad esempio non esiste nei trattati internazionali sui diritti dell’uomo. Dunque è soprattutto nella conferenza di Pechino sulla donna del 1995 che non solo viene utilizzata, ma diviene centrale in quello che viene definito il “consenso di Pechino”. L’obiettivo della conferenza era quello che in francese e in italiano viene chiamata “eguaglianza dei sessi”, mentre in inglese si parla di “gender equality”. In quel momento la parola gender fu dunque intesa dai partecipanti alla conferenza come riferimento alla parità uomo-donna. In realtà, però, il fatto che si sia usato il termine gender e non più quello di “donna” [quella di Pechino era una “Conferenza sulla donna”, ndr], rivelava che una certa lobby aveva spinto per l’utilizzo di questa parola a livello internazionale»
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http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/assalto-della-gendercrazia.aspx
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