di Roberto Maragliano
Recentemente m’è capitato di prendere parte, sia pure marginalmente, ad un gruppo di lavoro costituito tra due enti accademici. Si trattava di stilare un documento di un certo rilievo, sia sul piano politico/culturale sia su quello amministrativo/economico. I partecipanti al gruppo si sono incontrati un certo numero di volte e per il resto hanno operato tramite mail con allegati.
Chiunque abbia avuto simili esperienze sa dei problemi che generalmente si incontrano, quando a governare simili esercizi di scrittura collettiva non si prevedono una ferrea regia e un’altrettanto ferrea attribuzione di ruoli. Non si sa mai se quella su cui si lavora al momento è l’ultima versione del documento, se tutte le indicazioni di modifica e integrazione sono state riportate, se quanto ci si dice a voce non entri in conflitto con quanto è contenuto in una nota importante di una precedente versione del documento, involontariamente cassata assieme ad altre che era giusto non prendere in considerazione, e via elencando i problemi posti da una cultura, tuttora molto diffusa in ambito scolastico e accademico (parlo del nostro paese, ovviamente), che esprime diffidenza nei confronti di tutto quanto sa di social network, limitandosi a far uso dei basic del digitale
(scrittura e mail) e raramente andando al di là di quel livello.
Fino a qualche tempo fa, in situazioni simili, avrei suggerito soluzioni alternative, per esempio segnalando la possibilità di adottare Google Drive, o qualcosa di simile, cioè ambienti di condivisione della scrittura, dove ognuno, abilitato ovviamente, entra nel testo e lo modifica come vuole e dove nulla si perde, essendo tutte le azioni disponibili in memoria e quindi recuperabili. Di fatto, m’è capitato più volte di fare proposte analoghe, che regolarmente sono state accolte con supponenza o con il classico sorriso di cortesia di chi non vuole infierire su vezzi o manie individuali.
Oggi non lo faccio più. Mi sono convinto che il vecchio metodo funziona come esercizio di potere. Certo, il tema del rapporto fra rete e democrazia è molto complesso e non a caso sta scomodando non poche teste pensanti. Ma, almeno ai livelli minimi di cui ho detto, non posso non pensare che rifiutare il ricorso a strumenti di trasparenza non sia un pregiudizio culturale quanto una precisa scelta politica.
post originale qui http://ltaonline.wordpress.com/2013/05/30/lo-sai-che-ce-google-drive/
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