Confesso, da ragazzo non mi era molto simpatico: ho imparato ad apprezzare l’uomo molto più tardi, probabilmente più grazie ai suoi libri che alle scelte politiche della sua lunghissima carriera. Di Andreotti ho sempre avvertito la presenza nell’aria sin da quando, giovanissimo studente del Liceo, cominciai a comprendere la mia vocazione politica che mi portò ad essere consigliere comunale di Ceccano, a 21 anni, nelle fila della Democrazia Cristiana.
Imparai tante cose in quel periodo: la mia era una famiglia divisa politicamente. Avevo uno zio comunista (Sancte De Sanctis) un altro missino (Giuseppe Bonanni) un altro ancora democristiano (Francesco Battista): l’imbarazzo della scelta, cui si aggiungevano gli amici di mio padre, tutti socialisti, e quelli di mia madre, tutti democristiani. Nell’entusiasmo del “largo ai giovani”, suscitato dalla legge che abbassava l’età dei diritti politici a 18 anni, mi candidarono e probabilmente a sorpresa, fui eletto. In quei 5 interessantissimi anni mi resi conto di tante cose e conobbi il mondo degli andreottiani, cui però non sono mai stato integrato. In realtà la corrente della Dc non veniva scelta: ci si entrava per amicizia. Mi accorsi subito, ancorché giovanissimo, del sistema di potere andreottiano: niente a che fare con la corruzione di oggi ma comunque sempre clientelare. Lottai contro quel sistema, ne uscii sconfitto ma tant’è. Alcuni anni dopo, con la riflessione dell’età, cercai di capire il perché di quella sconfitta: gli andreottiani erano talmente immersi nella società di questa nostra terra da identificarsi totalmente nei meccanismi del potere. Era consueto che, anche a Ceccano, cittadina in mano ai comunisti dal dopoguerra, nelle elezioni comunali, quelle più vicine alla gente, la Dc riuscisse a volte a strappare la maggioranza relativa in consiglio, o anche ad amministrare la città. Andreotti era nel sangue di tanti elettori Dc e non soltanto, era il loro punto di riferimento, la certezza di un patrono forte ed efficiente, in un mondo totalmente affidato alla clientela sia personale che territoriale.
Questa situazione ha portato a considerarlo più un capo corrente, un patrono appunto, che un sostenitore di una determinata linea politica che invece ho scoperto e sicuramente più apprezzato rispetto alla gestione di incarichi e di insediamenti industriali.
Ora il “divo Giulio” è scomparso: è stato un uomo di fede che non ha avuto paura a infilare le mani nella concreta esigenza delle scelte politiche. Ha suscitato amori e odi fortissimi. E’ stato uno dei grandi protagonisti della vita politica italiana della II metà del 20° secolo: è stato coinvolto in una serie lunghissima di procedimenti giudiziari nei quali si è sempre difeso, utilizzando le opportunità offerte dalle leggi, e nei quali è stato sempre assolto, nonostante le tante accuse lanciategli contro. Ora è morto, parce sepulto.
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