Sono passati venti anni da quando don Peppino Diana, poi ucciso dalla camorra casalese, stese insieme ai parroci della sua forania il messaggio “Per amore del mio popolo non tacerò”. Oggi, la stessa forania, insieme al vescovo di Aversa mons. Angelo Spinillo, rilegge quel messaggio con un significativo documento intitolato “…poiché il cielo rosseggia”
Presentiamo l’estratto più significativo del testo (scarica il pdf integrale):
“Il momento storico che stiamo vivendo, a venti anni dal documento, è denso di auspici positivi ma anche di preoccupazioni e di macroscopiche contraddizioni.
Ne elenchiamo alcune:
– talvolta i rappresentanti delle istituzioni pubbliche (promotori anche di alcune lodevoli iniziative) sono risultati coinvolti in azioni illegali smentendo, nei fatti, quanto affermato con le parole. La possibile convivenza tra legale e illegale rimane uno dei segni più deleteri per l’intera società;
– abbiamo visto lo Stato intervenire con forza e determinazione nell’arresto dei super latitanti, ma temiamo che la sua azione (come già accaduto in passato) possa ridursi ad una mera repressione, rivelandosi poi, a medio e lungo termine, insufficiente nello sconfiggere le cause del fenomeno criminale;
– non si percepisce ancora una presenza dello Stato capace di investire di più sull’educazione e sullo sviluppo. Bisogna debellare le piaghe dell’ignoranza, della mancanza di senso civico e il disinteresse per il bene comune che tanta parte hanno avuto nell’affermazione ed espansione della camorra in queste zone;
– sul versante occupazionale la situazione risulta drammatica. Il tasso di disoccupazione è doppio o triplo rispetto ad altre parti d’Italia perché, bloccata l’economia fondamentalmente basata sull’edilizia e sull’agricoltura, non si è riusciti ancora a sviluppare altre forme di occupazione aprendo in tal modo spazi
ad attività criminali come lo smaltimento illegale dei rifiuti, il traffico di droga, etc. Questo ha creato schiere di disoccupati che reclamano il diritto al lavoro e che, nella loro disperazione, giungono a rimpiangere pericolosamente i tempi in cui “la camorra dava loro da vivere”;
– non è facile ridare fiducia ai nostri giovani che, da un lato, pensano ad abbandonare queste terre perché non vedono prospettive per il futuro, dall’altro non riescono a scrollarsi di dosso il marchio che ormai caratterizza l’essere casalese e pregiudica l’accesso ad un’attività lavorativa anche in altre parti d’Italia;
– i mezzi di comunicazione e di massa spesso continuano a non dare la giusta importanza agli eventi positivi presenti nei nostri territori, mentre sono sempre pronti ad amplificare i già noti fenomeni negativi, suffragati da interviste mirate a cogliere gli aspetti più qualunquistici e omertosi del paese, nell’intento di
dimostrare il teorema che “nulla di buono può venire dai nostri territori”;
– nel mondo dell’associazionismo, anche ecclesiale, ad una fase di iniziale entusiasmo e spirito di volontariato ha fatto seguito una tendenza al corporativismo, alla chiusura individualistica, al conflitto per affermare presenze esclusive in alcuni ambiti. Tutto ciò ha creato difficoltà allo sviluppo di un dialogo costruttivo e non ha favorito l’unione delle forze più positive che avrebbero potuto meglio collaborare per una rinascita delle nostre terre…”
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