Stavo guidando, il traffico ha iniziato a farsi caotico e molti accostavano per sentire le notizie alla radio con più attenzione. Nei volti delle persone vedevo lo sconforto e lo stupore. Sono tornato a casa, ma non sono riuscito a dormire al pensiero che molti volevano lasciare la città per paura di nuovi attacchi e allora sono andato a ground zero. Volevo mettere al servizio del mio paese e dei vigili del fuoco la mia esperienza di costruttore. Inizialmente hanno provato a trattenermi ma poi sono riuscito a partecipare a una squadra di soccorsi.
Come è andata a Ground Zero?
Mi ricordo il silenzo quando siamo scesi sotto le macerie, in netto contrasto con il caos dei mezzi di soccorso che cercavano di placare l’incendio: sopra una zona di guerra. Sotto una zona di morte. Tantissimo fumo. E poi i cadaveri: mani, piedi, brandelli di corpi di persone che una volta erano state madri, padri o figli.
Enzo Ardovini è architetto: nato a Ceccano, era arrivato a New York adolescente con la sua famiglia. L’11 settembre ha sfidato le fiamme insieme ai pompieri della Grande Mela per tentare di salvare la vita di quanti erano coinvolti. Ha anche respirato troppo fumo e le esalazioni tossiche lo hanno seriamente minato. Qui l’intervista de l’Occidentale
e il suo racconto origionale, in inglese, sul sito che raccoglie le testimonianze dei presenti a Manhattan in quella tragica mattinata di settembre
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