Non ho mai dimenticato una frase che mi diceva mio padre, un umile stagnino: «Fai la fame, ma compera dei libri e gira il mondo». È per me da tanti anni un amico; nella sua comunità ritorno sempre con gioia, accolto da un’ospitalità affabile e generosa; la sua raffinatezza come cuoco è pari alla sagacia con cui elabora i suoi scritti. Sto parlando di un autore che i lettori di Avvenire ben conoscono e apprezzano. È il monaco Enzo Bianchi della comunità di Bose (Biella), al quale debbo questa confessione autobiografica che giro a tutti perché è adatta alla ripresa scolastica che sta verificandosi in questi giorni. Quanti genitori sarebbero pronti a ripetere questo consiglio ai loro figli? Al massimo regalerebbero l’ultimo ritrovato elettronico, un capo di abbigliamento firmato e una vacanza-studio che di studio ha solo il nome. La vera attrezzatura per affrontare la vita non è nelle tenute sportive o nei processori più sofisticati, ma in uno studio appassionato e serio e in un’esperienza fatta di conoscenza genuina e non di semplici trasferimenti spaziali in località esotiche. Fermiamoci solo su questa parola che sembra un po’ fuori moda, «studiare». Non è un esercizio facile perché esige impegno, attenzione, costanza; ma chi entra in questa consuetudine riesce a capire per quale ragione in latino studère abbia come accezione primaria proprio l’«appassionarsi». Ecco, il vero studio non è soltanto apprendimento, ma ricerca, analisi, riflessione, creatività e alla fine l’aprirsi di orizzonti inattesi e immensi. Il vecchio stagnino, però, aveva capito che bisognava coniugare allo studio l’esperienza. Nei suoi Consigli a uno studente (1942), lo scrittore francese Max Jacob diceva: «La verità sul mondo non s’impara solo sui libri- La bellezza la troverai guardando la natura, la verità la scoprirai da solo nella ricerca».
Gianfranco Ravasi
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