Camminano stanchi verso la speranza…


 

Nanni Perotto
«L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto» (Schumann 9 maggio 1950).
La strada che porta da Ventimiglia al confine è un sinuoso nastro d’asfalto che si snoda su una costa incantevole, fra baie di ciottoli sovrastate da pini marittimi. Sono luoghi in cui la natura regala angoli di bellezza davvero rari. E che questi pomeriggi di primavera valorizzano con una luce tutta speciale.
Percorro in auto questa strada che segue il tracciato dell’antica via romana; vado verso Mentone, “perla di Francia”. Una perla, un bene raro e prezioso come quello che cercano i molti ragazzi, tunisini immagino, che supero mentre a piccoli gruppi, due, tre, massimo cinque, camminano sullo stretto marciapiede. Tutti uguali, gli stessi semplici abiti, un giubbotto, un cappello, al massimo un sacchetto di plastica con dentro poche cose. Camminano stanchi verso la speranza, senza troppe illusioni, con chiara la consapevolezza che probabilmente saranno respinti e riportati in Italia.
Così è stato negli ultimi giorni, molti sono già tornati a riempire la stazione di Ventimiglia ad ogni ora sempre più satura di questa umanità disperata. Un flusso quasi invisibile ma costante che diventa un piccolo popolo. Silenzioso, stanco, affamato. Tutti uomini, molti giovani. Quasi tutti senza bagaglio. L’impressione è che non abbiano più nulla. Nemmeno da perdere.

Proseguo verso la Francia. Un gruppo di mamme con i loro bambini osserva con sospetto questi piccoli gruppi che desidererebbero tanto essere invisibili. Già, il sospetto, la paura, in alcuni casi la rabbia per questa presenza massiccia e improvvisa. L’indignazione o l’invidia nei confronti dei provvedimenti dei vicini francesi. Ma accanto a questi anche sentimenti di comprensione e di solidarietà vera e genuina, elementi che per fortuna fanno ancora parte del DNA del nostro popolo.

Arrivo al confine. A sorpresa non trovo polizia; mi dicono siano al confine più in alto, quello più nascosto; ma soprattutto presidiano le stazioni. Pochi metri oltre il confine un furgone della Gendarmerie riporta un gruppo di questi migranti in Italia, ospiti indesiderati. Che cadranno presto nelle mani di qualche passeur, che per 300 euro (così dicevano oggi i giornali) tenterà di portarli a Nizza perché possano confondersi con una popolazione multietnica come è quella della Francia metropolitana.
I passeur, i migranti, la costa, il mare, le montagne, i colori cangianti di un tramonto di primavera: elementi che trasudano pathos dalle pagine di Francesco Biamonti che così bene ha cantato queste terre e questo confine in un’Europa povera e smarrita.

Poco più avanti altri quattro giovani seduti in riva al mare. Chissà cosa pensano. Altri loro compagni di sventura li osservano da lontano. Non passa molto e arriva un’auto dei gendarmes. Scendono in quattro, avvicinano decisi i ragazzi in spiaggia che rassegnati si alzano. Un poliziotto ha la carnagione come loro, ma questo non è sufficiente a impedire che vengano riaccompagnati al confine, un km più a est.

Mio figlio in auto con me si intristisce e pensa al compagno di classe marocchino, all’amico venditore ambulante egiziano conosciuto al mare, alle storie raccontate dai TG sugli sbarchi di Lampedusa mai come ora così vicini a noi. Mi chiede perché i francesi non li aiutano.
La risposta sarebbe complessa. Preferisco chiedere a lui cosa farebbe. E la risposta mi fa felice.

Sono passate due ore, il sole è ormai tramontato. Non è ancora buio. Rientro in Italia e incontro gruppetti che, incoraggiati dalla penombra, tentano o ritentano la sorte. Magari a loro andrà meglio. Se sia davvero meglio raggiungere quel paese in cui desiderano entrare pur sapendo che non saranno bene accolti. Una processione continua con piccoli, brevi intervalli. Decine di un rosario che si sgrana fino a Ventimiglia.
Qui ci accolgono i lampeggianti di numerose auto della Polizia. Un centinaio di migranti vuole marciare verso la frontiera. Momenti di tensione, si mettono in marcia, poi desistono.
Stanotte la stazione ferroviaria sarà di nuovo la loro casa. Stanotte gruppi di volontari forniranno loro un altro pasto caldo. Come è giusto che sia.

In attesa che l’Europa ritrovi se stessa, i propri valori. Ascoltando magari le parole di Giovanni Paolo II che così esortava: «ancora oggi ripeto a te, Europa che sei all’inizio del terzo millennio: Ritorna te stessa, sii te stessa, riscopri le tue origini, ravviva le tue radici. Nel corso dei secoli, hai ricevuto il tesoro della fede cristiana. Esso fonda la tua vita sociale sui principi tratti dal Vangelo e se ne scorgono le tracce dentro le arti, la letteratura, il pensiero e la cultura delle tue nazioni. Ma questa eredità non appartiene soltanto al passato; essa è un progetto per l’avvenire da trasmettere alle generazioni future, poiché è la matrice della vita delle persone e dei popoli che hanno forgiato insieme il Continente europeo. Non temere! Il Vangelo non è contro di te, ma è a tuo favore» (esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, 2003).


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